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Ieri, sabato mattina, come piacevole consuetudine facevo colazione seduto a un tavolino del Caffè Posta, nella zona pedonale di via Cavour, a Bra.
In verità era più un’ora adatta ad un aperitivo che ad una prima colazione, ma sentivo il bisogno di un buon cappuccio con la sua brava dose di caffeina, per svegliarmi del tutto dal sonno dei giusti che mi ero concesso fino a tarda mattinata 😉
Mentre gustavo brioche e cappuccino leggevo la Gazzetta dello Sport, che oltre alle notizie sportive, nelle ultime pagine ospita delle rubriche di attualità generale, molto interessanti. Economia, politica, finanza, fatti di cronaca… Due pagine belle dense, con articoli agili, scritti in modo chiaro ed esaustivo.

In particolare, mi sono soffermato sullo spazio di Giorgio dell’Arti e del suo Il fatto del giorno, che titolava “Le liberalizzazioni salveranno l’Italia?”.
Chi lo sa. Ho letto l’articolo per provare a capirne un po’ di più. (Quanti volessero fare lo stesso, trovano la trasposizione on-line a questo link).

A beneficio di coloro che non avessero mai letto o sentito parlare di questa rubrica, in essa Dell’Arti usa uno schema molto preciso e (a mio modesto parere) efficace: pone a se stesso 5 domande su un certo tema, e prova a fornire delle risposte. Che non sono mai banali, anzi spesso offrono chiarimenti significativi, almeno a chi come me non legge abitualmente i giornali e non guarda la tv, ma si tiene informato con i social network.

E dunque, cosa ho evinto da tale articolo?
Innanzitutto, un chiarimento sull’obiettivo che il governo Monti si pone con il piano di liberalizzazioni di cui è appena stato varato il decreto: permettere a chiunque di esercitare una determinata attività, ponendosi quindi in concorrenza con coloro che quella attività già svolgono, senza che i primi debbano scontrarsi con i paletti posti in essere dai secondi a protezione delle proprie categorie. Al fine, appunto, di favorire la concorrenza e (si spera) calmierare i prezzi migliorando i servizi offerti.
Partendo dall’assunto che se una categoria di lavoratori opera all’interno di una area protetta, dalla quale altri potenziali lavoratori interessati a svolgerla sono esclusi a priori, tale categoria potrà fissare i prezzi che preferisce e non preoccuparsi di migliorare la propria qualità, dal momento che in assenza di concorrenti il cliente che voglia avvalersi di determinati prodotti o servizi si trova di fronte ad una scelta obbligata. Ovvero, ad un regime economico di monopolio.

Queste, ovviamente, sia quelle del Governo italiano che di Dell’Arti, sono ipotesi e previsioni che si spera siano state adeguatamente ponderate (quanto meno quelle del governo ;-)).
E da parte mia mi sentirei di aggiungere che liberalizzare determinate categorie, tipo quella dei tassisti, potrebbe avere – e magari ha, nelle intenzioni di Monti e dei suoi ministri – anche l’obiettivo e l’effetto di far emergere il sommerso. Perchè i tassisti abusivi esistono, e lavorano anch’essi, pur se con comprensibili maggiori difficoltà rispetto ai propri colleghi “regolari”, dovendo sfuggire non solo alla giusta ira di questi ultimi in quanto concorrenti sleali, ma anche, per lo stesso motivo, ai controlli delle forze dell’ordine.

Parlo per esperienza personale, e se anche non sono in grado di fare nomi e cognomi, sono in grado di dire quando e dove: Roma, piazzale dei taxi antistante la Stazione Termini, in occasione di grandi manifestazioni sportive e non, meglio ancora se più manifestazioni insieme in una stessa giornata.
Dunque, mi dico, se i tassisti  abusivi (obbligati a rimanere tali, non avendo modo di accedere alle licenze concesse a numero chiuso) esistono ed operano sul territorio, e immagino che lo facciano perchè devono pur lavorare per vivere; e se continuano a farlo, vuol dire che evidentemente guadagnano a sufficienza per viverci; forse, dico forse, il mercato dei tassisti nelle grandi città italiane non è così congestionato e a corto di clienti come la categoria vorrebbe farci credere.

E’ solo la mia opinione, beninteso, di privato cittadino. E dal momento che gli irregolari esistono e lavorano, dare loro la possibilità di regolarizzarsi, e dunque di pagare le tasse, mi pare una cosa perfettamente logica ed opportuna. Così come dare la possibilità ad altri di porsi sul mercato offrendo un servizio analogo, se lo desiderano, senza per forza doversi improvvisare abusivi.

Ad ogni modo, queste sono ipotesi e previsioni che andranno verificate sul campo, quando trascorso un periodo di tempo sufficiente a stilare dei consuntivi, si potra verificare l’effettivo rapporto fra costi e benefici delle liberalizzazioni realizzate. E naturalmente mi auguro (ci auguriamo tutti, credo) che il rapporto sia positivo, e incoraggi il governo Monti ad andare avanti per la sua strada tirando via altri paletti inutili e controproducenti, o meglio utili solo ad alcuni, e giocoforza a maggiore o minore discapito di potenziali concorrenti e (soprattutto) dei consumatori, cioè mio e vostro, il vero anello debole della catena.

Ma al di là di ciò che al momento non si può ancora sapere o misurare, e qualunque opinione si possa avere, nel bene come nel male, a torto o a ragione, sull’operato dell’attuale governo cosiddetto “tecnico” o “dei professori”, c’è un altro dato che emerge dall’articolo di Dell’Arti e che mi fa riflettere, in positivo. Ovvero: per voce del Ministro Catricalà, il governo prende atto che fra le ragioni della protesta da parte dei tassisti vi è una critica condivisibile dal governo medesimo, cioè che in relazione ad un punto della nuova normativa riguardante i tassisti, esiste il rischio di favorire la concentrazione di un elevato numero di licenze in mano ad unico soggetto. Favorendo dunque una posizione di predominanza, cioè l’esatto contrario della maggiore pluralità e libera concorrenza che è obiettivo del decreto in oggetto.

Questo punto è stato eliminato dal testo perchè non è nell’ottica della concorrenza accentrare il numero delle licenze.

Punto. Questo dice Catricalà, e l’editorialista riporta nel suo articolo. Semplice, lineare, diretto. Qualcuno potrà obiettare che, se davvero era così semplice, chi ha redatto il decreto poteva accorgersene prima, sennò che li paghiamo a fare? E vabbè, obiezione accolta, vostro onore.
Però questo non cambia la sostanza, la coerenza mostrata dal ministro interessato.
Cioè, non so se mi spiego. Provo a riepilogare.
Il governo vara una serie di norme che toccano gli interessi di alcune categorie “protette”, che si arrabbiano e scendono in piazza. Che siano giustamente o ingiustamente arrabbiate non è qui motivo di discussione.
Il punto è un altro. Il punto è che il governo non solo ha ascoltato le proteste di una delle suddette categorie, ma a fronte di tali proteste ha preso atto di aver commesso un errore su un singolo punto, un errore che avrebbe potuto avere conseguenze indesiderate e di segno opposto all’obiettivo prefissato, e ha eliminato il problema alla radice eliminando dal decreto il punto in questione. Chapeau, Signori!

Avreste mai creduto che una cosa del genere, che per carità è perfettamente normale in un paese democratico con un civile per quanto acceso confronto fra governo e parti sociali (talmente normale che non varrebbe neanche la pena porvi l’accento, se davvero fosse così normale anche da noi), avreste mai creduto, dicevo, soltanto pochi mesi fa, per esempio fino a metà dello scorso novembre, che una piccola cosa normale come questa fosse possibile nel nostro Paese?
Io no. Sinceramente, non l’avrei mai creduto possibile. Mi sembra una bella per quanto circostanziata novità. Un segnale positivo, una piccola ventata di aria fresca, di cose fatte come è giusto che vadano fatte, da qualcuno che è capace di farle come vanno fatte. E che se gli si fa notare un errore, non grida al complotto comunista e non scarica la colpa (tanto per fare un esempio, del tutto casuale, beninteso :-D) sul Presidente della Camera, ma prende su e lo corregge.
E per questo, fosse anche solo per questo, plaudo al professor Monti e al suo (al nostro) governo.
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(La foto che compare in testa all’articolo è tratta da questa pagina web)

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