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orme sulla neve

Devo ammetterlo: per mesi questo è sembrato uno dei tanti blog abbandonati che si incontrano in rete. La carcassa colorata di un’avventura partita con entusiasmo e buoni propositi, continuata per qualche tempo fino a che voglia e convinzione hanno retto, e poi lasciata lì da sola a testimoniare la caducità delle cose umane. Frammenti di un sogno interrotto, e niente più.

Potrei raccontare di essere stato distratto da impegni di lavoro, e almeno per qualche settimana, all’inizio di questa lunga assenza, sarebbe stata la verità.
Potrei dire che mi sono incartato a furia di leggere blog uno più interessante dell’altro e notizie di varia attualità, e di aver raccolto così tanti spunti da non sapermi più districare. E, in qualche misura, sarebbe ancora la verità. Ma solo in minima parte.

Il fatto è che sono stato via per un po’.
Mi sono ritrovato ad attraversare una valle oscura, diciamo così.
E a differenza di Re Davide, non potevo nemmeno dire di non temere alcun male “perchè tu sei con me“. Non potevo dirlo in senso religioso, perchè in quanto agnostico non ho alcuna fiducia, nè sentimento, nel fatto che vi sia una volontà superiore che guidi e protegga i nostri passi (°).
Ma non potevo dirlo neanche in senso pratico, poichè – per la maggior parte – le persone che conosco non hanno alcuna capacità di comprendere certi travagliati percorsi introspettivi. Il che per loro è un bene, vuol dire che non ne hanno esperienza, e dunque almeno questa croce se la sono risparmiata.

Quei pochi che ce l’hanno, e che dunque comprendono, sono fin troppo consapevoli che qualunque cosa possano dire o fare sarebbe del tutto inutile; perciò si limitano a dare la propria disponibilità, attendendo fiduciosi che prima o poi ritorni da dove mi ero perso in altre – invero per nulla piacevoli – faccende affaccendato.
Così come coloro che, pur non potendo comprendere, non per questo smarriscono considerazione e rispetto per l’amico, e molto opportunamente assumono il medesimo atteggiamento di disponibile attesa.

In ultima analisi, per quante persone prodighe e amorevoli si possano avere intorno, rimane il fatto che simili traversate della terra di Mordor non prevedono compagni di viaggio.
Non sono strade su cui ci si metta in cammino di propria volontà, ma una volta giunti sul gravoso sentiero si è soli.
Da soli si ascende (anche se sarebbe più corretto dire “si sprofonda”) fino alla cima del Monte Fato. In nessun altro se non in se stessi si trova la forza di non precipitare nella lava incandescente, trattenendosi dal seguire l’Unico Anello giù in mezzo alle fiamme del vulcano.
Da soli, infine, si trova la strada per tornare indietro (°°).

(Continua)

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(°) Giusto per puntualizzare il mio pensiero in proposito, ritengo assai probabile, per non dire certo, che esistano sì forze al di là della nostra comprensione (la vita è ancora pur sempre un mistero, o se vogliamo un miracolo), ma al tempo stesso che tali forze siano del tutto indifferenti alla nostra sorte individuale e collettiva.
La natura non è nè buona nè cattiva, più semplicemente è. Punto.
E prima di creare sovente distrugge, in modi che solo una cieca, irragionevole e autoreferenziale sovrastima nelle nostre capacità di homo sapiens può illudersi in qualche modo di contrastare.

(°°) Per inciso, nel ribadire questo concetto di estrema solitudine so di fare torto ad almeno una persona, cui in verità devo non poco quanto prezioso sostegno prestatomi durante la traversata. Ma confido che non se ne avrà a male per la mia volontaria imprecisione, dal momento che sa bene quale arduo sentiero io abbia percorso, quale stillicidio di fatica e di sofferenza mi sia costato, e quale senso di oscuro smarrimento, vissuto lungo la via, stia qui cercando di raccontare.
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(L’immagine che compare nell’articolo raffigura un quadro del pittore Ezio Favrin ed è tratta da questa pagina web)

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