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Qualche giorno fa mi è capitato di notare un paio di post condivisi su Facebook dal mio amico Christian, e dopo averli letti ho scelto di condividerli in bacheca a mia volta, trovandoli molto interessanti per una serie di ragioni che hanno a che fare con le mie esperienze di lavoro.

Oggi passo a raccontarvi le considerazioni che ne ho tratto, a partire dal primo dei due post, intitolato “Ho paura“, dal blog di Nicola Ballotta.
Da ciò che leggo nel suo profilo, Nicola è un esperto di internet e nuove tecnologie che sarebbe riduttivo definire semplicemente “informatico“.
A parte questo, fino a poco tempo fa avrei potuto ritenerlo un collega, dal momento che ero anch’io un “informatico”. Ed è uno dei motivi per cui mi sono trovato in sintonia con molte delle cose scritte da Nicola nel suo post, che vi invito senz’altro a leggere prima di continuare con il mio.
Fatto? Bene, andiamo avanti 🙂

A questo punto saprete che Nicola scrive da San Francisco, dove sta partecipando a svariati eventi e meeting collegati al mondo delle startup, cioè dell’avvio di imprese.
La prima cosa che mi colpisce è questo senso di fermento che descrive, in un ambiente che è un crogiolo di idee e di continui confronti, contatti, spunti, scambi di informazioni. Un fermento tutt’altro che nevrotico, anzi, si direbbe molto sereno e disteso.
Non a caso ho scelto una delle foto che compaiono nel post di Nicola per corredare questo mio commento, proprio l’immagine che potete vedere qui sopra. Nonostante sembri mostrarci alcune persone accomodate nel salotto di una casa privata – con una tazza di caffè in mano e la cucina sullo sfondo – intente ad osservare il filmino delle vacanze del loro anfitrione, in realtà è l’istantanea di un momento di lavoro. Open friday, lo chiamano.
Io lo definirei una gran figata! 😀
A chi non piacerebbe lavorare in un ambiente e con una modalità del genere? Alzate la mano, su, non siate timidi!
D’accordo, la foto del meeting in piscina era un’immagine ancora più invitante… ma non lasciamoci ingolosire troppo, che poi ci fa male 😉

In Italia siamo abituati ormai da tempo a sentirci raccontare di questo mondo pieno di opportunità che esiste dall’altra parte dell’oceano, dove chiunque può investire sulle proprie idee (e ottenere che vi si investa, se valide) e trasformarle in imprese di successo. Di solito però si tratta di notizie che ci vengono riferite dai media, dunque da terze parti. Sentirle raccontare da qualcuno che è partito dal nostro paese, ed ora si trova a vivere tali opportunità in prima persona e ce le descrive di propria mano, a me personalmente fa un certo effetto.

Mi fa effetto leggere una frase come questa, per esempio:

Come vi dicevo, il lavoro qui è talmente tanto omogeneizzato alla vita quotidiana, che probabilmente risulta più leggero. Un’altra cosa emblematica è la quantità di gente che lavora dai bar e dai caffè. Ce ne sono addirittura alcuni che sembrano fatti apposta! Connessione a internet veloce, power suppliers, comodi desk e divani. Ti bevi un caffè e scopri che di fianco a te c’è uno che sta scrivendo codice per l’ultima startup del momento.

Qui da noi, almeno per quanto riguarda la mia esperienza ventennale di informatico fra la provincia di Cuneo e, a grandi linee, Torino e Milano, non si può certo affermare che il lavoro sia omogeneizzato alla vita quotidiana. Perchè il lavoro è la vita quotidiana, sostituendosi in gran parte ad essa. Pur in un settore che dovrebbe essere all’avanguardia e improntato all’innovazione, di tempo per pensare ce n’è ben poco. La filosofia è una sola:  testa bassa e lavorare, che il tempo costa, il fine mese è vicino e il fatturato non arriva di certo in carrozza.
La stessa filosofia che accomuna una fabbrica di automobili (°), uno scaricatore di porto e un coltivatore di insalata, pur con tutto il rispetto dovuto a queste categorie.

Anche in quelle aziende – che per fortuna esistono, e in alcune di esse ho avuto l’opportunità di lavorare – nelle quali i dirigenti hanno visioni d’impresa di più ampio respiro, e cercano di promuovere la nascita e la circolazione di nuove idee, insieme alla crescita delle figure professionali alle proprie dipendenze, arriva sempre il momento in cui tocca rimboccarsi le maniche, indossare l’elmetto, calarsi giù in miniera e darci dentro di pala e piccone.
Di solito, si tratta di situazioni di cui ringraziare un capo progetto che considera una perdita di tempo (e dunque un costo inutile) organizzare o prendere parte a riunioni di coordinamento e verifica. Figuriamoci cosa potrebbe mai pensare di un “open friday”!
Che problema c’è. Nel caso si renda necessario correggere o invertire la rotta, è sufficiente aumentare le ore di lavoro richieste ai sottoposti, che com’è noto sono risorse a capacità infinita. E il gioco è fatto. Semplice, vero?

E’ proprio la mentalità di certi interpreti che si ritrovano in ruoli chiave, a mio modesto parere, il vero limite evolutivo verso un modo di intendere, e di vivere il lavoro, che assomigli un po’ di più a quello incontrato da Nicola, là nella soleggiata California.
Un modo di lavorare, peraltro, ben più efficace (ed è presumibile che sia di pari passo redditizio) del sistema rema-che-ti-passa. Perchè quando leggo ad esempio

Un’altra cosa impressionante sono i ritmi. Fanno l’happy hour dalle 4pm alle 6pm, cenano alle 7pm e a mezzanotte è tutto chiuso. Io sono un noto viveur notturno, ma mi sono subito abituato a questi ritmi e vi dirò che si sta bene.

ebbene, vi dirò che al primo impatto con la frase iniziale avevo avvertito un senso di deja vu misto a rassegnazione (come a pensare “ecco, adesso si scopre la fregatura”), abituato come sono ad associare il concetto di “ritmi impressionanti” all’idea di interminabili settimane di straordinari ad oltranza.
Poi sono andato avanti a leggere il resto, e ho compreso il vero significato di quell’aggettivo.

Concordo, è impressionante sapere che da qualche parte, nel mondo, persone con professionalità simili alla mia smettano di lavorare alle 4 del pomeriggio, si dedichino ad altro per due-tre ore fino a quella che per loro è ora di cena (capita che le 7 di sera qui da noi siano l’anticamera di un’ultima ora di ufficio, prima di decidere se andare a casa o passare semmai allo straordinario serale, altro che ora di cena), e poi a nanna entro mezzanotte, dopo ulteriori 4-5 ore dedicate alla propria vita privata. Ci credo che si sta bene!
Voi che dite, riusciranno lo stesso a svolgere un lavoro produttivo e proficuo, per se stessi e per le aziende per cui lavorano, o li pagano solo per lavorare fino a metà pomeriggio, in modo da risparmiare sui costi del personale? E’ una domanda ironica, of course, il dubbio non mi sfiora nemmeno 🙂

…Nicola conclude poi il proprio racconto con una serie di considerazioni venate di amarezza, che meriterebbero ulteriori commenti. Lo spazio di oggi però e terminato, e dunque riprenderò l’argomento in un mio prossimo post, in cui vi parlerò anche del secondo articolo a cui facevo riferimento all’inizio.

Stay tuned!

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(°) Una fabbrica di automobili italiana, si intende, magari una di quelle grandi… Qualunque riferimento è puramente casuale, sia chiaro 😉
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(La foto che compare nell’articolo è tratta da questa pagina web)

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