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© maurimarino

© maurimarino

(segue dalla prima parte)

08/09/2007

Quanto più a fondo vi scava il dolore, tanta più gioia potrete contenere.

Kahlil Gibran, Il Profeta

10/09/2007

Stephanie sorrise riflettendo su quanto fosse raro, una volta lasciata l’infanzia, rivivere quella sensazione di ingenua e perfetta felicità.

Stephen King, Colorado Kid

17/02/2008

Questo è un cambio di paradigma.
Tutto quello che conosci è modificato.
Resta calma, per favore.

New Universal
testi di Warren Ellis, disegni di Salvador Larroca
collana 100% Marvel dell’ottobre 2007, Marvel Italia

Ben tre citazioni, stavolta, per la seconda parte di questo mio post natalizio.
Tempi eccezionali richiedono misure eccezionali. Tempi di cambiamenti improvvisi e drastici.

Sapete, c’è una cosa peggiore di una bella e lunga storia – qualunque tipo di storia si tratti – che, da splendida che era, di punto in bianco finisce, o viene compromessa seriamente. In modo forse non irrimediabile, ma comunque tale che le cose non potranno più essere come prima.
La cosa peggiore è venire a sapere come è successo. Scoprire che si sarebbe potuto evitare, se solo chi aveva avuto sentore di un possibile pericolo, avesse manifestato un dubbio anziché scegliere di lasciar correre, a scanso di turbare quel clima così piacevole. Quella sensazione di ingenua e perfetta felicità. 

Il buon vecchio Leopardi sosteneva che l’ignoranza della realtà delle cose comporti un’invidiabile serenità, consenta di guardare al mondo con relativo ottimismo. Mentre la conoscenza, pur degna di essere perseguita, rechi con sé l’amarezza di scoprire quanto duro e desolato sia il cammino che ci è dato in sorte, e quanto sia vano il nostro affanno nel cercare di non cadere a faccia in giù nella polvere.
In questi giorni mi trovo piuttosto d’accordo con il caro Giacomo: sarebbe forse stato meglio non sapere, e andare avanti. Del resto, il crollo repentino, incomprensibile, inaccettabile (devastante), 
mi aveva già scavato a fondo per bene. Ma io invece no, dovevo capire. Si vede che ambivo a un bonus di gioia futura supplementare.

E così, ho anche avuto modo di comprendere il citatissimo principio del rasoio di Occam, che ero proprio curioso di sapere cosa dicesse: se è rumore di zoccoli, quello che senti, non è agli unicorni che devi pensare, ma ai cavalli. In altre parole, le risposte più ovvie non di rado sono quelle giuste.
Riconoscere che, in condizioni di ingenua e perfetta felicità, una persona solitamente più equilibrata, matura e riflessiva della media, finisce ogni volta per comportarsi in modo tale da ferirmi sempre più a fondo, mostrando di pensare solo a se stessa (o comunque di non tenere in alcun conto i miei sentimenti), non è fare un torto a qualcuno a cui voglio un bene infinito.
E’ constatare un dato di fatto.

Constatazione che ne porta con sé alcune altre. Ad esempio, che io sono corresponsabile nel creare le condizioni in cui tali spiacevoli eventi tendono a manifestarsi. Nessun delitto perfetto può essere consumato senza la complicità involontaria della vittima, che nella fattispecie sono io.
Mea culpa, dunque.

Altra doverosa considerazione: se due persone hanno saputo costruire, nel tempo, un dialogo limpido, obiettivo e proficuo pressoché su ogni cosa; ma se nel medesimo tempo, su specifici temi circoscritti, permangono secche di tale incomunicabilità da generare, alle volte, incomprensioni tragicomiche e dolorose; forse è giunta l’ora di ammettere che non rimane nient’altro che io possa fare per ovviare alla cosa. Se non riconoscere la dura realtà dei fatti, e farmene una ragione.
E che voler bene a qualcuno significa, anche, accettare l’idea che questa pur cara persona non sia disposta, al momento, a mettere in discussione determinati aspetti di sé e del suo modo contraddittorio di relazionarsi con me. In ulteriore e ultima analisi, considerare l’evidenza di come io, fin qui, non mi sia dimostrato l’interlocutore giusto per indurla a tali riflessioni. Anche se ciò (va detto) infligge un duro colpo al mio amor proprio.
 

Non mi resta quindi che pormi in disparte, in silenzio. E non interferire, se non – avendone la possibilità – su gentile richiesta dell’interessata.
Lasciare che qualcuno a cui non smetterò mai di voler bene segua serenamente la propria strada, così come io mi sforzerò di seguire la mia.
Anche se l’amarezza che ho provato (e che provo tuttora, non lo nascondo) è grande. Un autentico, radicale dispiacere. Ho rammarichi che di notte inacidiscono il mio sonno, retropensieri che mi tormenteranno per mesi.
Ma a questo punto non c’è altro che io possa fare. Se non cercare di andare avanti, nello sforzo di costruire un mio personale nuovo universo in cui (fra le altre cose) imparare a non aver bisogno lei, ed essere ugualmente felice.

(continua)

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(Foto di Maurizio Marino, per gentile concessione) 

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