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Una volta tanto, non vi parlo di calcio 🙂

Io non seguo il tennis, l’unico incontro che mi sia capitato di vedere in tv è stato un match quasi mitico fra Ivan Lendl e Paolo Canè (il “quasi” è per l’impresa solo sfiorata dal nostro), una vita fa.
Non è che non mi piaccia, anzi, se mi avanzasse il tempo di seguirlo credo mi ci appassionerei volentieri. Diciamo che non seguo il tennis per lo stesso motivo per cui non seguo più la Formula Uno, nonostante continui ad interessarmene. Ovvero, non posso passare davanti alla tv più ore di quante già me ne conceda, rischierei di diventare un elemento di arredo fuso assieme alla mia poltrona.

Di conseguenza, non ho mai visto un solo set giocato dalla Pennetta o dalla Vinci, anche se so bene chi siano. E tuttavia, stamattina, la rassegna stampa mi ha offerto un paio di pezzi, sulle imprese di ieri delle nostre due tenniste, che mi hanno emozionato. Sia per cosa mi hanno raccontato, sia per come.
Ho quindi pensato di riproporli qui di seguito. E buona lettura.

 

L’Italia Serena

MASSIMO GRAMELLINI

Due Papi, e passi. Ma due italiane in finale a Flushing Meadows significa spingersi oltre l’immaginabile e anche l’inimmaginabile. E’ la storia perfetta, ambientata in un Undici Settembre di luce a New York da uno sceneggiatore completamente sbronzo. Flavia Pennetta prende a pallate la numero 2 del mondo e sembra già un mezzo miracolo, se non fosse che Roberta Vinci ne fa uno intero e raggela in rimonta la numero 1, la padrona di casa, l’imbattibile Serena Williams, distruggendole a un passo dal traguardo il sogno di una vita: il Grande Slam.

Dopo esserci andata col funerale dei Casamonica, l’Italia ritorna sulle prime pagine di tutto il mondo con un racconto positivo e allergico ai cliché. Flavia e Roberta sono due donne del Sud, due pugliesi trentenni cresciute insieme lungo i sentieri decisivi dell’adolescenza. Ora, quasi a fine carriera, si riscoprono ultime ambasciatrici di un tennis semplice e antico in cui l’armonia prevale sulla potenza. Sono calme, controllate, eleganti. Lontanissime dall’immagine melodrammatica e isterica che spesso esportiamo anche nello sport. Ieri l’italiana sembrava la Williams, una trapezista sull’orlo della crisi di nervi. Serena era la Vinci, in tutti i sensi. Dopo una volée rifinita col pennello, si è rivolta al pubblico americano: «Ora applaudite anche me, czz!». Ma nel dirlo sorrideva. Come se si trovasse in un Altrove dove poi ci ha portati un po’ tutti, con i piedi saldamente appoggiati alle nuvole.

 

Pagina Facebook di Andrea Scanzi

ANDREA SCANZI

Ho amato definitivamente Roberta Vinci a Eastbourne, nel 2005. Torneo sull’erba. Giocò come si giocava 20 anni prima. Un’anomalia temporale. Serve and volley, slice, ricami. Uno spettacolo. Tutte picchiavano come fabbri: come Sharapove inutili. Lei sembrava una piccola Navratilova. Pochi giorni dopo mi trovai con Gianni Clerici a Wimbledon. Fu un’edizione interlocutoria, uno dei tanti trionfi frigidi del Re Lesso Federer, nota moglie di Mirka Vavrinec. Ricordo che apprezzammo Bracciali mettere in difficoltà l’orrido palloso Roddick. Parlammo anche di Robertina, che lo scriba Gianni confermò essere una meravigliosa (ma ahimè effimera) anomalia. Nessuno, in quel momento, avrebbe immaginato chissà quale futuro in singolare per lei. Nel 2001, quasi esordiente, la Vinci aveva ottenuto ottimi risultati in doppio con la Testud e si era per questo a lungo convinta di essere “solo” un’ottima doppista, disciplina in cui in effetti ha vinto tutto e di più, curiosamente con una che col doppio non sembrava entrarci nulla (Errani). Invece, negli anni, Roberta in singolare ha fatto cose egregie, unica italiana a vincere almeno un titolo in ogni superficie e quasi top ten (11 nel 2013). Quello che la Vinci ha fatto oggi è qualcosa di semplicemente epico. Pazzesco, storico, incredibile. Una delle più grandi imprese nella storia dello sport. Il Grande Slam di Serena Williams era cosa ormai acclarata, e invece lei – contro ogni pronostico – si è inventata questa sorpresa inaudita. Avrebbe dovuto conquistare al massimo quattro o cinque game, l’ha addirittura battuta – a casa sua – in rimonta. È uno di quei giorni che lo sport ricorderà in eterno, e chi non segue regolarmente il tennis non può rendersene conto appieno. È come se l’Arezzo avesse vinto la Champions League in finale col Barcellona, o giù di lì. Davide che travolge Golia. Di più: la bellezza (perché il gioco della Vinci è la Bellezza applicata al tennis) che trionfa sulla potenza stolida fine a se stessa. È un giorno da ricordare, reso definitivamente indimenticabile dalla vittoria di Flavia Pennetta. Per una volta, gridare “Forza Italia” non è imbarazzante. Che spettacolo.

(Roberta in finale perderà, perché da sempre soffre i derby e ancor più agli Us Open, ma cadrà contro una collega meritevole come Flavia Pennetta. E dunque andrà bene lo stesso. Oggi, nel suo piccolo, si è fatta la storia. Fortunato chi c’era).

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(Foto tratta da questa pagina web)

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