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© maurimarino 2013, per gentile concessione. Cliccare sulla foto per accedere al portfolio dell’autore

Ieri sera, per la prima volta da mesi, preparandomi al sonno e alla notte ho abbassato la saracinesca della finestra di fronte al mio letto. Un vero peccato. Adoravo svegliarmi alle prime luci del giorno, nel vero senso della parola.
Ma fuori era buio, pioveva e faceva piuttosto freddo. La saracinesca abbassata si è resa necessaria per questioni di coibentazione. Per lo stesso motivo, anche qui dopo mesi in cui ne ho fatto volentieri a meno, prima di infilarmi a letto ho ritenuto di indossare un pigiama leggero.
Questa mattina, al mio risveglio, fuori era buio, pioveva e faceva piuttosto freddo. Ancora.
Decisamente, l’estate è ormai finita e l’autunno è arrivato a prendere il suo posto.

Il che, non dev’essere per forza inteso come un passaggio negativo. L’avvicendarsi delle stagioni è un percorso naturale quant’altri mai, e come tale va vissuto. Giornate più fredde, e meno illuminate di quanto fossimo abituati solo fino a un paio di settimane fa, inducono a riscoprire piaceri nell’intimo quotidiano delle nostre case. Un buon libro, un buon film, una buona tazza di caffè bollente. Tutte cose che andavano bene anche d’estate, solo che le si poteva fare all’aperto.
Nelle stagioni fredde trovo si ritorni un po’ bambini, come quando, a 7-8 anni, la sera mi rintanavo sotto le coperte, con un paio di cuscini dietro la testa e un libro appoggiato sulle ginocchia – che, data la mia limitata estensione in altezza di allora, rispetto al resto di me erano abbastanza prossime, tanto da potermi fare da leggio –  e mi gustavo ogni istante e ogni parola di quelle storie, che si dipanavano sotto i miei occhi avidi della loro magia.
Riuscivo ad avvertire l’odore della carta e dell’inchiostro, così piacevoli nel familiare conforto del loro particolare sentore. Ora non ci riesco più, a meno di non infilare il naso in mezzo alle pagine. Ogni tanto ci provo, giusto per vedere se. E nonostante i processi di lavorazione e raffinazione della carta, e le componenti degli inchiostri, si siano affinati nel tempo tanto da rendere sempre meno percettibili certi aromi, eppur qualcosa di essi sopravvive, nel profondo delle rilegature. Il piacere sottile di riscoprire note di cose perdute nel tempo e nella memoria, ma mai davvero dimenticate. Come l’aroma speziato del tabacco da pipa del nonno.

Come forse avrete capito, oggi non mi sento affatto triste, nonostante il cielo grigio fuori dalla finestra, la luce di una lampada resasi necessaria dalle prime ore del giorno, le calze infilate a coprirmi i piedi che solo fino all’altroieri, in casa, tenevo scalzi.
Non c’è malinconia nel mio stato d’animo, in questo giorno di evidente autunno. E anche se ce ne fosse un po’, come ha scritto proprio oggi la mia cara amica Mistral, in una delle sue belle immagini che rubo un attimo per restituirgliela subito: la malinconia, qualche volta ha risvolti chiari, con lunghe sfumature dorate 🙂
Ogni stagione ha i propri frutti, come si dice. E se è per questo, anche i propri colori, e un diverso modo di distribuire calore ed emozioni. Non per nulla, ho scelto di aprire il post con una fotografia di alberi dalle fronde ingiallite e un tappeto di foglie secche ai loro piedi. Un’immagine luminosa e allegra, nonostante l’azzurro che la illumina abbia una tonalità nordica, e si intuisca una temperatura frizzante. Sono fiducioso, per non dire che ne sono certo, che questo sarà un buon autunno, per me.

Lo stesso, temo, non sarà per un gran numero di persone, che in questi cambi di stagione rischiano di accusare, con rinnovato disagio, il peso di una condizione che non hanno certo chiesto di sperimentare, e con cui sono costrette a convivere.
A chi mi riferisco? A coloro che soffrono di depressione.
Le condizioni atmosferiche autunnali, con il variare delle ore di luce, al pari di altri fattori esterni, che siano episodici o costanti, familiari o lavorativi o legati a qualche altro contesto in particolare, posso favorire l’insorgere di sintomi latenti o aggravare sindromi già in essere. Per quanto riguarda l’aspetto stagionale, studi neurologi hanno rilevato una contestuale variazione, nel nostro cervello, dei livelli di melatonina, e ciò potrebbe influire sui disturbi dell’umore. Da non confondersi con la melanina, che è un pigmento ed responsabile, fra le altre cose, delle nostre abbronzature, la melatonina (cito da Wikipedia) è

una sostanza prodotta dalla ghiandola pineale (o epifisi), ghiandola posta alla base del cervello. Agisce sull’ipotalamo e ha la funzione di regolare il ciclo sonno-veglia.

Poiché l’insorgere di irregolarità nel ciclo sonno-veglia è strettamente correlato con i disturbi depressivi, sia come sintomo che come fattore di “favoreggiamento”, ne deriva la possibile correlazione con i livelli di melatonina. Un rischio che si manifesta anche in primavera, per lo stesso motivo. Non a caso ho parlato del variare delle ore di luce, intendendo sia la diminuzione autunnale, che l’incremento primaverile.
Dunque, amici che leggete, nel caso ci siano fra voi persone consapevoli di tutto ciò, magari non in termini medico-scientifici ma, di certo, esperienziali, in relazione al proprio vissuto: mi raccomando, abbiate cura di voi stessi.

E, sempre nel caso, qualcuno di voi si stesse domandando perché mai abbia tirato fuori proprio questo specifico argomento, la risposta è piuttosto semplice: io sono una di quelle persone.
La depressione non è il mio unico demone, ma è di gran lunga il più potente, terribile e subdolo, capace di insinuarsi in escoriazioni infinitesimali delle mie difese; e di scatenarsi quasi senza preavviso, spazzandomi via in un attimo, come se non fossi mai esistito. Come se non potessi esistere più.
Mio malgrado, conosco con estrema precisione di dettagli, e ampiezza di casistica personale, ciò di cui ho scritto poco fa.
E ritengo sia giunto il momento, per me, di affrontare apertamente questo tema, qui sul mio blog. Un po’ perché raccontare di ciò che ci ha fatto soffrire (e potrebbe tornare a farlo) è un modo per liberarsene e lasciarselo alle spalle, chiamiamolo pure uno sfogo catartico. Un po’ perché, mi auguro, magari a qualcuno potrebbe portare un refolo di giovamento. Fosse anche uno solo, e per un solo istante, sarebbe già qualcosa.
Non intendo peraltro sviscerare l’intero argomento in modo diretto, con un racconto in prima persona; ma cercherò, come in tutte le cose che scrivo, di farne materia “letteraria”, per così dire. Col tempo, spero non molto, vi sarà chiaro che cosa intenda 🙂

Per ora, vi lascio con un post che ho letto in estate e che mi ha colpito in modo particolare, poiché ne condivido quasi ogni parola:

“Vi spiego come correre mi ha salvato la vita”: Zoe, una marcia fuori dalla depressione, passo dopo passo

Ve lo offro così, senza ulteriori commenti. Per quelli, ci sarà tempo alla prossima occasione.
Stay tuned!

And…

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