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Da sinistra, Ricardo Rogério de Brito, detto Alemão, Diego Armando Maradona e Antonio de Oliveira Filho, detto Careca, campioni d’Italia con il Napoli nel 1989-90.

E’ un bel pezzo che non parlo di calcio. Rimediamo, dai:-)
Anche perché mi fa piacere scrivere questo post, sono anni che attendevo un Napoli così.
Il titolo, Song’e Napule, si rifà a quello di un film del 2014 con Alessandro Roja (il Dandi di Romanzo criminale – La serie), in cui il termine “song” si può leggere sia in dialetto, col significato di sono, un’affermazione di orgoglio partenopeo, sia in inglese, come canzone, canto.
E il Napoli quest’anno canta bene assai.

Va da sé che preferirei poter dire la stessa cosa della Roma, ma non sempre si può avere tutto ciò che si desidera. E oltre alla mia squadra del cuore, che amo a prescindere, apprezzo molto veder giocare un bel calcio; un gioco d’attacco, fantasioso, efficace, ricco di alternative e trame ficcanti.
Non per nulla adoro il Barcellona e la sua filosofia calcistica. E come ha di recente osservato qualche voce autorevole, il Napoli in questo momento è il Barcellona d’Italia. Merita a parer mio di stare dov’è, davanti a tutti, e spero che ci rimanga fino alla fine. Anche perché quelli che al momento vengono subito dietro, cui pure vanno riconosciuti certi valori, mi stanno molto meno simpatici. Diciamo pure per niente😉

L’ultima volta in cui ebbi modo di vedere il Napoli, da solo, in testa alla classifica, andavo ancora a scuola: correva la stagione 1989/90 e quello era lo squadrone di Maradona, Alemao e Careca. All’epoca i partenopei non mi andavano a genio, perché non mi garbava Diego. Mi sembrava che gli venisse tutto troppo facile, aveva vinto un Mondiale praticamente da solo, saltava gli allenamenti, era una star sempre circondata da nugoli di persone ovunque andasse, e lui sembrava sguazzarci come un pesce. Insomma, mi sembrava il ritratto di uno sfaticato giocoliere di grande talento, baciato dalla fortuna ben oltre i propri meriti.
In quei tempi le mie simpatie fuori dal raccordo anulare andavano al Milan di Gullit e (soprattutto) Van Basten. Con una menzione speciale per Ancelotti, il nostro buon Carletto, il primo acquisto del presidente Viola nel ’79, sacrificato sul mercato dopo la grama stagione ’86/’87 per ragioni di bilancio.
Ero contento per lui, che fosse andato in una squadra in grado di consentirgli quelle meritate vittorie e quegli onori che in giallorosso, uno storico scudetto a parte, non avrebbe conosciuto mai.

Da sinistra, Marco van Basten e Carlo Ancelotti, nel Milan a cavallo degli anni ’90. Di spalle, si intuiscono Alberigo Evani e Roberto Donadoni.

Oltre a tutto ciò, proprio ai tempi di Maradona, le tifoserie di Roma e Napoli da gemellate che erano di colpo si ritrovarono acerrime nemiche, e da allora ogni trasferta di una delle due squadre in casa dell’altra è motivo di massima allerta per i possibili (e non di rado avvenuti) scontri fra opposte frange di supporters.

Nel quarto di secolo trascorso da allora, alcune cose sono rimaste le stesse, altre sono cambiate profondamente, per poi (sotto alcuni aspetti), tornare al punto di partenza.
Da parte mia, ho imparato a guardare alla grandezza del passato e saperla riconoscere con occhio più obiettivo, ovunque si sia manifestata, al netto di trascorse antipatie.
Da parte loro, i tifosi più accesi di Roma e Napoli continuano a odiarsi in modo viscerale, cosa di cui non capisco le ragioni e in fondo non mi interessa più di tanto approfondirle. L’inciviltà non è materia con cui mi piaccia confrontarmi, se proprio non ci sono costretto.

Da parte sua, il Napoli è retrocesso in Serie B e dopo qualche anno ha conosciuto il fallimento societario. E’ ripartito dalla C, rilevato da Aurelio De Laurentiis, e poco alla volta è risalto alla ribalta della massima serie, issandosi stabilmente fra le prime squadre del campionato.
Ecco, “stabilmente” e “fra le prime” è stata fin qui una sorta di limite, o se vogliamo di maledizione. Da anni il Napoli è un’ottima squadra, innervata di campioni come Hamsik, Lavezzi e Cavani, gente che non si vedeva dai tempi di Maradona e soci; una squadra che gioca bene, che vince spesso, contro cui doversi misurare sul campo è tornata a essere una sfida per cuori forti.
Però è fin qui mancato qualcosa, l’ultimo tassello del mosaico, il valore più difficile da conseguire: ovvero, il salto di qualità definitivo capace di trasformare una grande squadra in una squadra vincente.

Napoli's Edinson Cavani, center, of Uruguay, celebrates with his teammates Argentina's Ezequiel Lavezzi, left, and Slovakia's Marek Hamsik after scoring, during a Champions League, round of 16, first-leg soccer match, at the Naples San Paolo stadium, Italy, Tuesday, Feb. 21, 2012. Ezequiel Lavezzi and Edinson Cavani again dampened English hopes by leading Napoli to a 3-1 win over Chelsea in an entertaining first leg of their Champions League last-16 matchup. (AP Photo/Salvatore Laporta)

Napoli, stadio San Paolo, 21/02/2012. Ezequiel Lavezzi, a sinistra, e Marek Hamsik, a destra, festeggiano un goal di Edinson Cavani nel 3-1 casalingo contro il Chelsea, durante il girone iniziale di Champions League. (AP Photo/Salvatore Laporta)

Ci ha provato Mazzarri, che per quanto possa ispirare minore o maggiore simpatia resta un bravo allenatore, capace di far rendere le squadre affidategli per l’esatto valore che sono in grado di esprimere.
Sotto la sua guida sono arrivati un terzo, un quinto e soprattutto un secondo posto, il ritorno nelle competizioni europee, una Coppa Italia, primo trofeo in bacheca dopo oltre vent’anni. Ma mancava ancora quel qualcosa in più.

(continua)